Pane e parole

di ALFONSO TRAMONTANO GUERRITORE

In occasione della Giornata Mondiale del Pane, domenica 16 ottobre 2022, una riflessione evocativa e potente su un cibo che, da sempre, accompagna e racconta la storia dell’uomo.

“Il pane ci dice chi siamo, questa è la storia del mondo: cibo e narrazione, pane e parole. Umanità”


La scrittura come pane, il pane come linguaggio, le parole bene essenziale come il pane per la fame e l’assenza: non
è scontato sottolineare il valore primario del cibo più elementare, la sua fattura manuale, la condivisione e l’enorme, infinita rete simbolica che lo accompagna. Da qui la scelta del gesto, “fare il pane” per ritrovarci, assieme, nel viaggio che ci rende vivi.

Pane e acqua, pane e vino, pane e corpo segnano la storia dell’uomo: il pasto e la condivisione, le storie e lo scambio, l’offerta e il dono. Se immaginiamo un cerchio, un fuoco dove nasce il racconto, esso è il rito essenziale dell’essere uomini: mangiamo insieme, condividiamo il tempo e facciamo un giro di racconti, uno per volta da abbattere la paura dei fantasmi, tenendo lontani i presagi nefasti, gli animali selvaggi, fermando i morsi della fame, dandoci il nutrimento nel suo valore più alto.

Ho con me un pane, l’ho fatto con le mie mani, avrò cura di dividerlo con il mio sentimento offerto a chi voglio bene, a chi invito alla mia tavola. Ho un bisogno da soddisfare e non ho nulla, chiedo ai viandanti un gesto, non voglio denaro ma un tozzo, un morso che mi plachi i crampi. Arrivo dalla guerra di oggi e di ogni tempo, sono perduto in un luogo sconosciuto, cerco qualcuno e busso a una porta che non so. Sono un naufrago dal sud del mondo, sono un cartello che dice la mia fame, e non ha altro che la carità. Sono il progetto di sopravvivenza, la strenua resistenza che mastica la crosta e la conserva. Sono l’odore dei forni di notte, la polvere bianca sollevata dal vento che diventa infanzia, ovunque sia il luogo e il posto in cui ero. Ho il ricordo dei miei nonni e la campagna, il lungo tragitto per andare al mulino, il ritorno a piedi e un enorme sacco di pani per tutti i miei fratelli. Sono il simbolo di un dio che è uomo, l’offerta e il bisogno condiviso. Sono la famiglia e il compagno, l’altro con cui divido il cibo, colui che ha il pane in comune: dividerlo vuol dire mettere un sentimento nel gesto, spartirsi il cibo e la fame.

Un giorno che mi ero perduto, feci pezzi e molliche sui miei passi per tornare a ritroso, contando e contando per la stessa strada… Una notte nel vagone zeppo di prigionieri, i soldati lanciarono pezzi di pane, e per mangiare fummo animali, e per vivere ci uccidemmo. Un tempo sancimmo la pace, non c’era niente, solo un presente sacro.

Tornando al cerchio della scrittura, tra le mille storie del mondo, fare il pane è una pratica: vuol dire maneggiare la pasta, acqua farina e sale, costruire con le mani e la fatica, aspettare il processo e il fuoco, la lievitazione. Vuol dire disporre la tavola o il viaggio, fare un pacco e fermarsi. Eccoci insieme, la via si chiude come una ideale storia: le parole e l’armonia, il gruppo per il tutto, il senso di pienezza e gioia che regola il pasto e colma l’ascolto. Il pane ci dice chi siamo, questa è la storia del mondo: cibo e narrazione, pane e parole. Umanità.

(photo di apertura in homepage by Franzi Meyer on Unsplash)