Raffaello 500 di Maurizio Spaccazocchi

Chi è avvinto avvince!

Il brutale caos combinato dal Covid19 ha fatto saltare molti incontri dedicati alla commemorazione dei 500 anni dalla morte del nostro conterraneo rinascimentale del Montefeltro, ossia il “divin pittore” Raffaello Sanzio.
No, non scrivo per esaltare le sue doti d’artista e di giovane intellettuale raffinato. Ma scrivo per sostenere una dote che ha reso grande il nostro Raffaello.
Ci sono persone al mondo che quando disegnano, suonano, cantano, danzano, insegnano o fanno cose comuni come capita molto spesso a tutti noi, lasciano un segno nei loro lavori. Un segno che ci permette di vivere, come fosse un primordiale istinto etico ed estetico, la loro passione, la loro convinzione, la loro ispirazione nei confronti di ciò che stanno facendo.
Per noi che siamo di fronte a lavori umani di questa levatura, è come se ricevessimo una involontaria “scossa” neurologica in grado di risvegliare le nostre sensibilità più nascoste, quelle meno esercitate nel quotidiano.
Sia ben chiaro che questo è un dono comune che molti hanno fatto assopire, mentre altri hanno voluto e saputo coltivare sino alle più alte espressioni artistiche.
Ecco perché non tutti i pittori, non tutti i musicisti, non tutti i danzatori, non tutti i poeti, come non tutti gli insegnanti di questa terra, hanno questa dote.

Raffaello Sanzio l’aveva, perché era avvinto dalla pittura, e chi è avvinto convince, e continua ad avvincere ancora oggi!

Basterà seguire l’invito che Benjamin Zander, il direttore della Boston Philarmonic Orchestra, ci fa: Provate a guardare gli occhi di… chi sta suonando, di chi sta ballando, di chi sta insegnando o di chi sta osservando un’opera d’arte in una mostra e… se noteremo che tutte queste persone hanno gli occhi che brillano, vorrà dire che sono stati colpiti dalla forte ispirazione che hanno messo nel loro lavoro. Ma se non noteremo questi occhi che brillano vuol dire che loro stessi non sono convinti di ciò che stanno facendo. Ed è proprio questa mancanza di convinzione che, alla fine, renderà poco avvincente e convincente il loro lavoro.

Ma nel caso di Raffaello, i miliardi di occhi che hanno avuto la fortuna di vedere le sue opere erano tutti occhi brillanti, a volte lucidi dalla forte emozione… occhi avvinti e convinti del valore di ciò che stavano guardando come di ciò che quel guardare stava loro donando: uno speciale attimo di vita carico di ispirazione.

Sì l’ispirazione intesa come quel chiaro invito a inspirare aria perché forse ci si sente colpiti da uno spasmo di bellezza che ci blocca il fiato… per poi tirare una boccata d’aria quasi come un piacere mai provato. Così ci spiega questa sensazione James Hillman nel suo libro Politica della bellezza:

Questa rapida inspirazione, questo piccolo fiato – hshshs, come fanno i giapponesi fra i denti, quando vedono qualcosa di bello in un giardino –, questa  reazione, ahhh, è la risposta estetica, certa, inevitabile, oggettiva e ubiquitaria, come il trasalire nel dolore o il gemere nel piacere. Inoltre, questa rapida ispirazione è anche la vera radice della parola “estetica”, “aisthesis” in greco, che significa “percezione sensoriale”. “Aisthesis” risale agli omerici “aiou” e “aisthou”, che significano sia “percepisco” che “resto senza fiato, mi sforzo di respirare” e “aisthomai”, “aisthanomai!, “inspiro.

Ecco quindi che con questo nostro brillare degli occhi, con questo nostro blocco del fiato, con questa nostra veloce inspirazione, è come se tornassimo alla nostra origine, sì, alle origini della bellezza, della vita. Come riporta la Genesi (2,7-22 Cei):

Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

 È cosi che il “divin pittore” Raffaello, figlio di Giovanni Santi, continua ad avvincerci, soffiando verso di noi un alito di vita per renderci finalmente esseri viventi rapiti in uno stato di meraviglia che, per comprenderlo, dobbiamo permetterci di parafrasare Dante Alighieri:

Mostrasi sì piacente a chi la mira

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che ‘ntender no la può chi no la prova…

Ecco quale è stata la vera grande dote del giovane Raffaello d’Urbino!