Maria Agostini: La mia prima alle Tremiti

Leave a comment
Share

La prima cosa che ti colpisce, e non in senso metaforico, quando sbarchi alle Tremiti, è la luce.

Letteralmente. Vieni investita da una luce brillante, violenta, totalizzante. Tutto prende forma attorno alla luce, quella del primo mattino, quella del tramonto, quella del meriggio…

La luce è la vera protagonista di quelle isole microscopiche,la regina incontrastata. Ti avvolge dolcemente e ti coccola, mentre cerchi smarrita di trovare fiato in tanto splendore.

E’ che non ero preparata a tanta bellezza, così, selvaggia, immediata, senza freni…Non una bellezza costruita da villaggio vacanze, da documentario, o da riprese da film, anche se il film c’era,e lo giravano davvero.

E’ difficile descrivere a parole quello che ho provato sbarcando un pomeriggio di sole e di vento teso alle Tremiti.

AgostiniL’isola di San Domino si offre nella sua splendida semplicità senza fornzoli, senza veli, e senza aggiunte, e tu resti disarmata a riempirti gli occhi di quel paesaggio, di quei colori, di quei sapori e di quel vento, che aggiunge sapore e atmosfera a quello che vedi, che ti sembra più brillante, e unico.

Mi ero un po’ persa, allo sbarco, imbambolata sul pontile del traghetto, quando l’invasione gioiosa dei ragazzi in partenza e in arrivo, in gruppi rigorosamente distinti, anche se alla vista mescolati, prendeva possesso a vario titolo dell’isola.

La salita, spietata e dignitosa, come solo le belle donne, quelle di fascino sanno essere, ti spezza un po’ il fiato e le gambe, e già ti costringe a pensare, a riflettere, a farti domande e a guardarti intorno con lo stupore bambino che avevi perso in città.

Già guardare, scoprire e assaporare e mordere quest’atmosfera magica che si propaga da un’isola, ogni isola e questa in particolare.

Paesaggi incontaminati, a capofitto sul mare, cale, calette, e spiagge francobollo, tanto simili a quelle a me care  in Liguria, e la roccia, zucchero di canna che si sgretola a valle ad addolcire un mare talmente limpido da farti venire voglia di berlo così, su due piedi, senza riflettere.

Gli spazi: angusti e infiniti insieme, vaghi perchè possibili, aperti ad ogni soluzione e precarietà futura e presente, i rumori, naturali anche nello schiamazzo più o meno gioioso e contenuto dei ragazzi, i veri e soli protagonisti di questo miracolo.

Comincia così la mia avventura alle Tremiti, con un senso di stupore e gratitudine forse anche solo per la possibilità di riuscire ancora a stupirmi, fino alla vista mozzafiato dalla piazza, incantata e incantevole, sospesa al di là di ogni tempo reale.

Quindi la sera, che cala a precipizio sulla spiaggia vicino al porto. Lenta e serafica sull’altro versante, dilatata e languida, simile a una rosa già sbocciata, maestosa nel suo sfinirsi fino al buio.

isole-tremiti

Il senso di comunità, di gruppo, d’insieme, vedere e ascoltare voci, esperienze, racconti. Giocare,udire, ballare e cantare, che è per me il vero completamento dell’anima, raccontare e raccontarsi, che è  poi il dono più bello di sé che si fa agli altri. Gratuito e disinteressato, magnifico privilegio poter essere in quel luogo a quell’ora, che solo esserci è già un traguardo insperato.

La notte, sfinita a riflettere e ascoltare semplicemente i battiti del cuore, il flusso della vita che si arrotola per misteriosi percorsi tra le foglie, gli alberi, gli insetti.

Il mare, ritmico, costante, ipnotico, che incanala le energie del cosmo, che sempre fluisce e rifluisce come il respiro atavico del mondo.

E ancora sole e mare e luce, luce, luce a non finire, fino a ferirmi gli occhi,e gente, e uomini e donne poi ragazzi, un’energia inesauribile di cose buone.

Come una tazza di caffè al mattino, sorseggiata con calma a mettere in ordine i pensieri prima di entrare nel mondo, o come l’ultimo respiro a riempire i polmoni prima di immergermi nella giornata che iniziava, nel tempo dilatato dalla gioia, nel lavoro costante e faticoso di far emergere dai sogni immaginati dai ragazzi quella storia, quell’esercizio incantevole del creare, del dare un nome a tutto quel groviglio di emozioni che passavano veloci come l’aria.E il conforto e il confronto di una categoria di inguarbili sognatori che ci provano, per uno stipendio da fame e che sorridono, e nonostante tutto stanno a galla, e si prendono in giro e si conoscono, e si parlano e tiran tardi che c’è sempre spazio per un’accesa discussione sul destino di questa istituzione derelitta che è la scuola. E lo stupore, il timore reverenziale di incontrare  quelli che scrivono davvero e mi sanno emozionare, i saltimbanchi delle parole dell’anima, gli autori, che la parola scrittori proprio non mi esce dalla bocca, tanto è sacra.

Mi son sentita così, emozionata, grata, un minuscolo granello di sabbia colorata, che ti sfugge tra le dita se l’afferri. Ma senza malinconia, senza rancore. Conservo intatta la serie di emozioni che ho provato, che mi faceva sentir viva e la sensazione che era proprio lì, proprio così, proprio in quel tempo, in quel microcosmo dell’isola più piccola del mondo che volevo stare, soddisfatta, in pace con me stessa e con il mondo, per una volta appagata e fiera di quel che sono e quel che faccio insieme.

About Bimed

Biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo

Lascia un commento

Video Gallery

Il blog della Staffetta

Inviaci una foto della tua classe, un brano, qualcosa scritto da te usando #staffetta

#staffetta

Corso gratuito di Educazione finanziaria

Clicca e scarica l'informativa